Mauro Giorgi
Creo due diligence su documenti generati da AI:
intercetto, verifico e correggo il fenomeno delle allucinazioni dell'intelligenza artificiale.
Il 22 agosto 2026 ho chiesto all'intelligenza artificiale quattro analisi di mercato.Erano false.
Quel giorno ho passato l'intera mattinata a costruire un'analisi di mercato insieme a un modello linguistico fra i più avanzati oggi disponibili.
Mi ha consegnato quattro documenti. Tabelle, percentuali, confronti fra concorrenti, proiezioni di fatturato. Erano scritti bene e sembravano rigorosi. Su quei documenti avrei potuto decidere dove investire i prossimi due anni.
Contenevano affermazioni false.
Non citazioni inventate — quelle si scoprono cercando la fonte e non trovandola. Cose più difficili da vedere: che un mercato fosse libero quando non lo era. Che un'azienda non servisse un segmento che invece serve da anni. Numeri calcolati con precisione a partire da costi che nessuno aveva verificato.
Le ho trovate perché ho continuato a chiedere di verificare. Quattro volte, contro la risposta che sembrava già completa. Se mi fossi fermato alla prima, avrei costruito un progetto sopra un mercato che non esisteva.
Quattro affermazioni false.Cosa era vero
« Mercato non presidiato da nessun concorrente. »
« Quell'operatore serve banche e aziende strutturate. La piccola impresa resta fuori. »
« La previsione con azione consigliata non la vende nessuno alla piccola impresa. »
« 110 clienti per 16.190 euro al mese. »
Ogni riga barrata era plausibile, coerente con il resto del documento, e scritta meglio di come l'avrei scritta io. È questo che la rende pericolosa.
Perché ho deciso di occuparmene
Questo non è un incidente isolato. Un modello linguistico produce affermazioni infondate ogni volta che nessuno gli chiede di dimostrarle — e continuerà a farlo, perché è una proprietà di come funziona, non un difetto da correggere in una versione futura.
Il punto è che la responsabilità resta di chi firma: non passa allo strumento. La legge italiana lo dice in modo esplicito per chi esercita una professione intellettuale — l'art. 13 della Legge 23 settembre 2025 n. 132 stabilisce che l'intelligenza artificiale può servire solo come supporto strumentale, e che il lavoro intellettuale oggetto della prestazione deve restare prevalente.
La Corte di Cassazione, Sezione III penale, con la sentenza n. 34481 del 22 ottobre 2025 lo ha detto a proposito dei giudici, ma con parole che valgono per chiunque firmi qualcosa. L'uso di strumenti informatici agevola la redazione degli atti — e proprio per questo aumenta il rischio, scrive la Corte, che si attingano aliunde gli argomenti del proprio decidere, “abdicando al dovere di apportare il suo ineliminabile ed insostituibile momento valutativo”.
Ineliminabile e insostituibile: nessuno può valutare al posto tuo, e nessuno risponde al posto tuo.
La conseguenza è concreta e riguarda la copertura assicurativa. Chi verifica gli output in modo sistematico opera nel perimetro della colpa lieve, quella che la polizza di responsabilità professionale copre. Chi delega senza controllo si espone alla colpa grave, dove la copertura può non rispondere — e alcune polizze contengono già esclusioni esplicite per i danni da malfunzionamento informatico o da difetti di software di terze parti.
Il passaggio che toglie ogni scusante è un altro: che questi sistemi producano errori è ormai un fatto noto, conosciuto da qualsiasi professionista ragionevolmente aggiornato. Ignorarlo non è più ingenuità.
Preso atto di tutto questo, ho deciso di costruire uno strumento che verificasse in modo sistematico ciò che l'AI produce. L'ho fatto prima di tutto per me, perché rispondo di quello che sottoscrivo e firmo con il mio nome. Poi ho capito che serviva a chiunque sia nella stessa posizione: professionisti, imprenditori, chi firma un documento su cui qualcun altro prenderà una decisione.
Verificare si può. Ma va fatto ogni volta, su ogni documento, e va lasciata una traccia — altrimenti resta una buona intenzione che nessuno può dimostrare.
Chi sono
Ho passato quasi trent'anni dal lato di chi rischia soldi propri: prima con un'agenzia di comunicazione per marchi internazionali di moda e accessori, girando il mondo. Poi sono andato a vivere all'estero — un periodo negli Stati Uniti, fra East e West Coast — e mi sono stabilito per oltre dieci anni a Saint-Barthélemy, dove ho fondato Carla St Barth, una boutique multibrand di lusso situata a Gustavia, ancora oggi fra le migliori dell'isola. Non vengo dalla ricerca sull'intelligenza artificiale. Vengo da dove le decisioni si pagano, e da dove i problemi vanno risolti sul nascere.
Oggi costruisco strumenti con l'AI — e verifico quello che l'AI produce.
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